Non sono mai stato un buon giocatore di basket, e non intendo dire buono davvero, ma almeno in gamba per un torneo provinciale. Niente. Forse da bambino ero il miglior giocatore del mio condominio, ma non ho riscontri in tal senso.
Il guaio è che ho sempre considerato il basket come il più bel gioco del mondo, una splendida fusione di armonia, poesia e matematica, l’unico punto dove la statistica e la fantasia riescono a toccarsi.
Ho cominciato a giocare ad otto anni e da allora ho sempre masticato basket, ho visto migliaia di partite e ne ho giocate a centinaia.
E sono sempre stato un panchinaro.
Uno di quelli che si fanno il culo in allenamento, sognano di diventare campioni, si fanno in quattro per la squadra e poi, quando inizia la partita, si siedono accanto all’allenatore e lì restano, quasi sempre.
Non sono mai stato alto, ho un fisico gracile e non sono mai stato particolarmente veloce ed ho un pessimo tiro.
Ho una certa abilità di palleggio ed una buona visione di gioco, ed ogni tanto quel po’ di genio che è in me si esprime in un assist, ma quando c’è da tirare, oddio! non centrerei una vasca da bagno più facilmente di un canestro!
A quindici anni, proprio nell’età di mezzo tra i sogni di bambino e lo spietato mondo adulto, nel basket si comincia a far sul serio. Si entra a far parte di una squadra vera, si affronta un campionato vero.
Arrivano le divise, le scarpe, le maglie. Arrivano i primi “tagli”: del gruppo di 15-20 bambini che siamo, ne resteranno solo dodici.
Io faccio parte del gruppo più a rischio; se otto sono stati già presi e quattro-cinque non saranno presi mai, restano quattro posti e sei-sette ragazzini.
Ricordo che giocammo alcune partite, dove non giocai neanche male, ma alla fine il verdetto più triste riguardò me. Non ricordo di aver mai pianto di delusione in nessun altro momento della mia vita, come allora. Quel giorno, davvero, la Vita si presentò, cancellando tutti i miei sogni e costringendomi a posare i piedi per terra.
Continuai a giocare un po’ così, quando capitava, ma non era più la stessa cosa.
Poi ho fatto l’arbitro, l’allenatore, molto più tardi il dirigente. Avrei fatto anche il massaggiatore se avessi saputo, ma quello che volevo era essere lì, sul parquet. Quando si alza la palla a due, una cosa è essere a referto ed altro essere spettatore, o peggio, essere altrove.
Poi, a trent’anni, non ci pensai più.
La vita mi prese sul serio, con una casa, un lavoro ed Annalisa.
Annalisa, una donna dolcissima, un’esistenza soffice.
Sul lavoro ero amato e stimato, la casa era piccola ma carina, con Annalisa mai uno screzio, mai.
C’è sempre stata armonia ed intesa, e qualche piccolo problema sessuale, dovuto alla mia contropiedistica velocità. Ad Annalisa sembrava non importare, e l’affetto e la dolcezza e la pazienza rimediavano a tutto. E’ così bello, pensavo, ma restava un’insoddisfazione ed il dubbio e la paura di perderla. Ma non dovevo pensarci. Non aveva senso.
Venne un inverno, meno freddo di altri: cambiavano più le stagioni della nostra vita, e dei nostri problemi.
Al lavoro qualcuno iscrisse il nostro dopolavoro al torneo di basket interaziendale.
Lì per lì non m’interessò più di tanto, qualcuno si ricordò della mia passione per la pallacanestro ed io dissi, ok, ci sto.
Poi, dopo i primi allenamenti, ero già fuori di me, non pensavo che alla squadra, ed al torneo.
Trovai delle divise bellissime per la nostra squadra da vecchi amici della mia vecchia società, organizzavo le amichevoli di preparazione, preparavo la tattica, gli schemi da seguire, tutto.
Un divertimento unico.
Neanche il lavoro m’interessava più di tanto ormai, e neanche Annalisa, che non capiva e si irritava ogni giorno di più.
Il torneo fu una galoppata grandiosa: vincemmo tutte le partite preliminari ed arrivammo in finale. In finale!
Con me giocava Andrea, un po’ lento ma ancora con un buon tiro; Giovanni, quasi due metri, un po’ sgraziato nei movimenti, ma altissimo per certi livelli; Gigi, che nonostante l’età, aveva giocato in serie B ed era davvero una discreta ala piccola; e Marco, il più giovane e veloce, bel fisico e con me, un’intesa perfetta. Lui tagliava l’area come se fosse burro ed io mi esaltavo in assists, dopolavoristici sì, ma semplicemente deliziosi.
Degli altri tre non parlo nemmeno, erano solo dei panchinari. Io ero il play titolare.
Arrivò la sera della finale, contro l’odiata squadra dei ferrotranviari.
Ce la possiamo fare, pensavo, la partita è alla nostra portata. Loro sono solo più potenti di noi: se gli sporchiamo i rimbalzi (Giovanni!), gli rallentiamo il contropiede, e se Marco fa i suoi soliti venti punti … Marcheranno a uomo? No di certo, e chi ce la fa? Faranno una due-tre e Marco li distrugge.
Era un pensiero continuo, non vedevo l’ora di giocare, non vedevo l’ora di vincere.
La partita cominciò e si consumò.
A tre minuti dalla fine eravamo sessanta pari. E noi eravamo solo otto. Perché due panchinari, Enzo e Mario, non erano venuti. Non si erano presentati! Avevano altro da fare. Maledetti! Che altro di importante c’era da fare quella sera? Pazzi. Sarebbe bastato che facessero numero, che ne so, se fosse uscito qualcuno per falli. Niente foto con la coppa, se vincevamo: niente medaglia, se vincevamo. Cretini!
A quaranta secondi dalla fine il punteggio era fissato 63 a 62 per noi.
Quei dannati ferrovieri fecero girare la palla al limite dei 24 secondi. Io difendevo e urlavo e spronavo gli altri come un disperato ma un numero 4, bolso e sfigato, si arrestò per il tiro: 63 a 64. Time out.
Parlavo con calma ma ero fuori di me: “Ragazzi, ultimo tiro per noi. Costruiamo per Marco. Gigi blocca alto e io scarico per Marco. Che Dio ce la mandi buona.”
Rimessa dal fondo; porto avanti la palla. Meno dieci. Vai! Ma Gigi è in ritardo, la difesa si adegua e Marco non si libera. Meno cinque. Oddio. Come spinto da una forza invisibile mi butto dentro. Palleggio dietro la schiena, finta di passaggio, terzo tempo, semigancio, appoggio al tabellone.
Stop. Fermo immagine.
Seppi purtroppo molto tempo dopo che proprio mentre la palla si adagiava nella retina per il più bel canestro della mia vita, Annalisa, contemporaneamente, raggiungeva il primo, vero, grande orgasmo della sua vita.
Con Enzo, il panchinaro.