Grazie ad un amico che mi ha commissionato per "Senza Soste" un articolo su Andrea Pazienza, ho avuto modo, dopo un pò di anni, di riprendere in mano tutta la sua produzione, che conservo gelosamente, e materiali ed articoli.
Andrea Pazienza moriva a Montepulciano esattamente venti anni fa, ed oggi avrebbe avuto 52 anni.
Vi propongo il mio articolo che potrete trovare su Senza Soste n° 27.
Vent’anni fa esatti, il 14 giugno del 1988, Andrea Pazienza se ne andava, lasciando senza musa la sua generazione, “quella nel ‘77 aveva vent’anni e che ora ne ha diciotto”.
Come fare a parlare ancora di “Paz”, senza unirsi al coro un po’ falso e stonato degli agiografi e dei retorici?
Su di lui è stato fatto un film, le sue opere sono state pluricitate (anche Virzì, in “Ovosodo”, saccheggia “Estate”, alcune delle tavole più belle di Paz), e poi cataloghi, ristampe, con qualcuno che lo introduce, lo ricorda (e magari si inventa, certo di farla franca), e su di lui monografie, centri
fumetto, mostre, spesso senza un vero desiderio né di ricerca storica né artistica.
Preferisco allora ricordare un viaggio a Torino con S. e F., nel 1983, con io che mi presento alla stazione con “Pertini” uscito freschissimo di stampa, e cinque ore di viaggio volate, e l’arrivo a Porta Nuova con le mascelle che ci facevano male dal ridere.
E a Torino andavamo a passare un lungo weekend come Zanardi, Petrilli e Colas, dopo esser passati
dagli anni del movimento degli studenti e delle straordinarie avventure di Pentotal di qualche anno prima, e diretti fino all’epilogo di “Pompeo”.
Paz è stato un meraviglioso interprete, nella vita come nell’arte, di quel periodo. Non so come si approccia a Pazienza un ragazzo nato dopo il 1988: ho la sensazione, e forse l’oscura gelosia, che non possa capire le infinite sfumature del suo tratto e delle sue battute.
Ma vedo che, come un classico del rock, continua ad essere amato, anche dai ragazzi di oggi: segno incontrovertibile della sua arte che resiste al tempo, “il segno di una resa invincibile”.
Ma una cosa è riguardare ora le collezioni de Il Male, Alter Alter, Frigidaire, Corto Maltese, una cosa era aspettare l’uscita in edicola, pronti a ingurgitare dozzine di modi di dire, che nel giro di poche ore diventavano il “nostro” linguaggio. Ecco, scopro un’altra paura nel ricordare Pazienza: quella di far parte di coloro che ricordano a menadito le sue battute, un po’ come in “Pacco” i cretini che ingannano l’attesa della “roba” facendosi i quiz sugli animali. La paura di far parte di un club di reduci, che Paz avrebbe schifato.
Scrive la giornalista Daniela Amenta: “Caro Paz, ora appartieni a tutti, anche a coloro che non c'erano. Fa male. Fanno male le ristampe inutili, certe pubblicazioni all'odor di squalo, la
suddivisione in parti eque del caro estinto. Fa male sentirsi tesserati di un movimento che non esiste più, analizzati come bestiole da stabulario, giudicati solo per la sequela di cazzate che abbiamo inanellato”.
Dissero invece gli amici Sparagna e Scozzari: “Prima che venga ulteriormente svilito, vilipeso, frainteso, trasformato e poi dimenticato (…) consegniamo alla memoria e allo studio di chi l'ha veramente amato e seguito, una parte, anche se infinitesima, di ciò che Andrea ha impresso sulla
carta e su di noi. È un universo di segni, idee, soluzioni, è una rivoluzione, e come tale sfugge alle qualifiche e alle targhe. Qualcuno certo lo capirà”.
Al genio non vanno eretti monumenti, “il genio va soltanto studiato.”
